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Nasce a Viterbo Rosa, terzogenita della famiglia Venerini.

Rosa viene battezzata nella chiesa detta oggi “della Crocetta”.

Una pestilenza invade tutto il Lazio e il Dottor Venerini si prodiga con tanto amore e abnegazione per cui viene            nominato Direttore dell’Ospedale Grande di Viterbo.

Rosa, a soli 7 anni, fa voto di consacrare a Dio tutta la sua vita.

Rosa non nasconde la simpatia per un giovane che però morirà in circostanze sconosciute.

Rosa, accompagnata dal padre, entra nel convento si Santa Caterina dove c’è già la zia Cecilia.

Muore il Dottore Venerini e Rosa lascia il convento di Santa Caterina per stare vicino alla mamma.

L’8 gennaio si sposa la sorella maggiore, Maria Maddalena.Il 28 muore, giovanissimo, il fratello Domenico che aveva preso il posto del padre.     Il 24 ottobre muore la mamma, logorata da tanta sofferenza.

Ogni sera, dalle 16 alle 18, Rosa insegna il catechismo alle mamme e alle ragazze nella casa paterna e intanto si interroga sul futuro della sua vita.

Rosa Venerini, Girolama Coluzzelli e Porzia Bacci lasciano le loro famiglie per vivere in comunità e dare inizio alla Scuola Popolare Femminile.

Muore in concetto di santità Porzia Bacci, tornata in famiglia perché malata di tisi. Girolama Coluzzelli cede il suo posto a sua sorella Margherita.Padre Martinelli, ispiratore dell’Opera, viene trasferito da Viterbo. Alla fine dello stesso anno muore Ludovico Laziosi, cognato di Rosa. Aveva 24 anni e lasciava sola Maddalena con due figli.

Il Cardinale Marcantonio Barbarigo chiama Rosa a Montefiascone per aprire le Scuole Pie in quella Diocesi.

Rosa affida a Lucia Filippini le 10 scuole da lei aperte nella Diocesi di Montefiascone e ritorna a Viterbo nella scuola delle origini.

Rosa apre la Scuola di Oriolo Romano con la benevolenza dei Principi Altieri.

Rosa si reca per l’ultima volta a far visita alla scuola di Montefiascone e, in un’accurata relazione a Padre Martinelli, esprime tutta la sua soddisfazione per il bene che queste scuole recano alla Diocesi.

Per la prima volta Rosa viene chiamata a Roma, in Via delle Chiavi D’oro, per sostituire Lucia Filippini, ma l’esperienza è totalmente negativa.

Il Padre Gesuita Antonio Baldinucci chiede a Rosa Venerini di aprire una scuola a Frascati.Rosa, insieme a Chiara Candelari, Lucia Coluzzelli, Margherita Casali e Virginia, detta “la Santa Girandola”, apre la prima scuola Venerini a Roma, in Piazza San Marco.

La Congregazione di Propaganda Fide approva il primo progetto educativo di Rosa Venerini dal titolo: “Esercizi che si praticano in Viterbo nelle scuole destinate per istruire le fanciulle nelle dottrina cristiana”.

Clemente XI, accompagnato da 8 Cardinali, fa visita alla Scuola delle Venerini e ringrazia Rosa e le Maestre a nome della chiesa.

Rosa si ammala di etisia senile.

Rosa redige il suo ultimo Testamento, designa a succederle, nella guida delle Scuole, Chiara Candelari di Ancona.

Rosa muore a Roma nella casa di San Marco, presso la Chiesa di Gesù, compianta da tutti e in grande fama di santità.   Aveva fondato 40 scuole.

Padre Gerolamo Andreucci pubblica la prima biografia di Rosa Venerini.

Rosa Venerini viene proclamata Santa da sua Santità Benedetto XVI.

Rosa Venerini viene proclamata Beata da Sua Santita Pio XII.

LA FIGLIA DEL DOTTOR VENERINI

ll 9 febbraio del 1656,  a Viterbo,  nasceva Rosa.statua-RVenerini-per-web

I suoi genitori l’accolsero come grande dono di Dio e vollero chiamarla Rosa, come la grande Santa di Viterbo. C’era ad attenderla il piccolo Domenico oltre alla numerosa schiera degli zii, fratelli della mamma, Marzia Zampichetti, che apparteneva a una delle famiglie più in vista della borghesia viterbese.

La nonna materna di Rosa veniva chiamata “Madonna Livia” per la nobiltà del casato e per la sua cultura eccezionale. Madonna Livia fu punto di riferimento per suoi nove figli e soprattutto per nipoti Venerini di cui seguì con amore e interesse la crescita.

Il padre, il dottor Goffredo Venerini, veniva da Castelleone di Suasa, nelle Marche. Dopo la Laurea conseguita a Roma, si era fermato a Viterbo per esercitare l’arte di medico. Per lui, più che una professione, la medicina era una missione.

LA PESTE

Quando Rosa nacque, Viterbo era sotto la morsa del gelo, ma nessuno invocava il tepore della primavera perché giravano voci allarmanti che parlavano di peste. ll terribile morbo stava devastando Napoli e la memoria di tutti andava a qualche decennio prima quando a Milano e a Venezia la peste aveva ucciso duecentoquarantamila persone.  L’estate del 1656 fu torrida, ma la città rimase fuori dal contagio. L’inverno del 1657 era riuscito a congelare il morbo che scoppiò inarrestabile nella primavera, quando Rosa aveva poco più di un anno.  Il Dottor Venerini collaborò fattivamente con i miglior medici della città, ma possiamo ben capire con quanto timore si avvicinasse al capezzale dei malati.  A casa c’era Marzia con tre bambini in tenera età. Fu un miracolo se la famiglia uscì indenne da quel flagello.

Tutti ammirarono la dedizione incondizionata del Dottor Goffredo e, benché forestiero, terminata l’epidemia, gli offrirono un posto all’ospedale Grande della città, e più tardi ne divenne Direttore. Rosa non ricorderà nulla di quel periodo. La mamma e la nonna Livia la tennero a dovuta distanza dal contagio,  ma appena passato il pericolo,  suo padre cercò tempo e spazio per godere la vicinanza dei suoi bambini che aveva tanto desiderato e che amava come preziosi doni di Dio.

UNA CHIAMATA PRECOCE

In Rosa e suo padre ci fu sempre una complicità evidente. L’impegno del Dottor  Venerini per i poveri e per i più bisognosi fu una scuola di grande valore formativo per i suoi figli che ormai erano diventati quattro:  Domenico,  Rosa,  Maria Maddalena e Orazio.

All’educazione delle bambine pensava soprattutto la Signora Marzia, ma tutti crescevano in un ambiente impregnato da forti valori cristiani che modellavano la loro vita.

All’insegnamento dei genitori si univa quello della zia Cecilia,  monaca domenicana,  l’esempio dello zio Francesco, grande uomo di Dio e della nonna Livia.

Sappiamo della particolare simpatia che legava Rosa alla zia Cecilia e forse proprio il contatto con lei può spiegare un avvenimento straordinario della sua vita di bambina. ll suo primo biografo,  Padre Girolamo Andreucci,  parla di un voto fatto da Rosa a sette anni. La piccola, senza dire nulla a nessuno, promise di consacrare tutta la sua vita a Dio.  Fu la promessa di una bambina, fatta con la determinazione di un’adulta. Questo voto, tutto speciale segreto, accompagnerà il cammino di tutta la sua vita e deciderà tutto il suo futuro.  Rosa, segretamente, rinnovava di tanto in tanto la sua promessa fino a quando la vita la mise di fronte ad un’alternativa: nell’ambito della grande famiglia dei Laziosi aveva conosciuto un giovane del suo rango e nuovi pensieri e nuovi progetti accarezzarono il suo cuore e la sua mente.

ADOLESCENZA PENSOSA

Gli anni dell’adolescenza e della prima giovinezza non furono facili per Rosa: si sentiva legata dalla promessa fatta a Dio da bambina e più volte rinnovata, si sentiva spinta a rispondere a questo affetto tutto nuovo che improvvisamente aveva occupato il suo cuore. Lottò a lungo, poi capì che solo Dio poteva darle la luce e la forza necessarie per decidere. Pianse e pregò con un fervore tutto particolare: “Signore, se non mi dai una grazia speciale,  io non potrò mai staccarmi da questa terra”.  Dio la guardò con speciale tenerezza e l’aiutò a capire “che le creature non sono eterne, e che rivolgendo il suo cuore a Dio avrebbe trovato uno sposo che dona pace e quiete in questa vita e un’eternità di gloria nell’altra”.  Con queste parole, scritte nel racconto della sua vita, Rosa confermò definitivamente la promessa di essere tutta di Dio e iniziò la ricerca seria e determinata della Sua Volontà. Una coincidenza strana le facilitò il cammino: Rosa sognò che il giovane era morto e il sogno corrispose a realtà.

IL CONVENTOSanta_Rosa_Venerini

Viterbo, la città dei Papi, pigra e sonnolenta, dopo che aveva perduto lo splendore dell’antica capitale del patrimonio di San Pietro,  offriva poche alternative a una ragazza come Rosa: o sposa ad un gentiluomo,  o consacrata in uno dei 25 conventi che rimanevano alla città come eredità di un passato illustre. Rosa aveva 20 anni quando,  con l’approvazione del padre,  entrò nel convento di Santa Caterina,  solo per fare un anno di prova. C’era anche la zia, Suor Anna Cecilia, che poteva prendersi cura di lei; se poi le fosse piaciuto, poteva rimanerci per sempre.

Ma quell’esperienza si concluse con una delusione. Non bastava avere il gusto della preghiera o fare un voto a sette anni per vivere tutta la vita in un convento: ci voleva una chiamata i cui segni erano nascosti nella profondità del mistero di Dio e questo mistero per Rosa era tutto da scoprire.

Pochi mesi dopo il suo ingresso al Monastero di Santa Caterina, morì improvvisamente il Dottor Venerini; terminato l’anno, Rosa fece ritorno in famiglia per assistere la mamma. Nel giro di pochi anni, la famiglia fu provata dalla malattia e dalla morte: morì Domenico, il primogenito e,  a breve distanza,  morì anche sua Madre.

LA RICERCA DIFFICILE

Rosa, in casa, ripensava ai discorsi della fanciullezza e alle sfide che la vita aveva riservato alla famiglia; solo Maddalena aveva coronato il suo sogno,  era andata sposa a Ludovico Laziosi e se ne era andata lontano.

Domenico era diventato dottore, ma era morto improvvisamente e la mamma l’aveva seguito a pochi mesi di distanza.

Erano rimasti soli, Orazio, il legale, e Rosa giovane,  intelligente, carina,  con una gran voglia di fare  qualcosa di grande per Iddio e per i fratelli.  Ma che cosa poteva fare?  Ci fosse stato almeno suo padre per aprirgli il suo animo e dirgli tutta l’amarezza di chi non vede aprirsi l’orizzonte!

Da lui aveva imparato a credere in una Paternità più grande che non lascia mai i figli da soli, ma cammina accanto a loro, perché non inciampino quando la strada è più scoscesa. E a questo Padre, Rosa affidò la sua ricerca. Imparò a non scegliere; lasciò che la vita scegliesse per lei.

Com’era consuetudine nel popolo viterbese, si recò in pellegrinaggio al Santuario della Madonna della Quercia, chiese alla Vergine il lume necessario per intravedere la strada da percorrere. In quel Santuario incontrò Padre Celli, domenicano, che vide in quella giovane un segnale di grazia e le consigliò di affidarsi alla direzione spirituale dei padri gesuiti.

LA SOGNATRICE

La spiritualità di Rosa è sorprendentemente lineare, non ci sono visioni né rivelazioni speciali, la sua fede era alimentata dalla preghiera e dalla lettura del Vangelo; la sua carità si concretizzava in fatti reali: si prese cura per 10 anni di una donna cancerosa abbandonata da tutti.  Per la strada era toccata dalla povertà delle figlie del popolo e un giorno tolse di mano a una bambina un pesante carico di legna senza curarsi del suo abito elegante e dello sguardo severo di suo fratello.  Il suo primo biografo tuttavia parla di sogni premonitori che orientarono in qualche modo la sua vita. Ancora giovanissima, come già accennato, sognò anzitempo la morte del giovane Sebastiano. Un giorno, mentre si interrogava sul suo futuro, le sembrò di vedere un gruppo di ragazze che danzavano sull’orlo di un burrone. Rosa ebbe paura per loro, ma vide in quel sogno una risposta alla sua ricerca: era urgente impegnarsi per impedire alle giovane di cadere nel precipizio del male.  Anche a Montefiascone, nel convento di Santa  Chiara, mentre era preoccupata di non poter riportare le Monache a una vita di osservanza, secondo la richiesta a lei fatta dal Cardinale,  sognò un bellissimo giardino con fiori nuovi e rugiadosi.  E capì che sicuramente quella Comunità più tardi sarebbe ritornata all’antica osservanza.

UN ROSARIO PER INCOMINCIARE

Era il mese di maggio del 1684, la cittadina splendeva di luce con il suo vecchio borgo medievale, con le sue fontane, i suoi campanili, le sue torri.  Le colline intorno erano stupendamente colorate di verde e profumate di ginestra. Rosa, dietro consiglio del Direttore Spirituale Padre Balestra, volle celebrare il mese della Madonna in modo originale: mandò una bambina per le strade con un campanellino a chiamare a raccolta le ragazze e le donne della città, per recitare con loro il Rosario.  Suo fratello le mise a disposizione una stanza a piano terra e, una sera dopo l’altra, la processione delle donne si fece più numerosa. Rosa intonava la preghiera, le donne rispondevano a voce alta, ma non si capiva in quale lingua pregassero: non era latino e nemmeno volgare,  era una sorta di vernacolo incomprensibile, intrecciato con strane parole. Rosa rimase colpita da una realtà che non aveva mai immaginato: l’ignoranza nella donna del popolo era veramente impressionante. Maggio trascorse e la bambina continuò a suonare il campanello perché ormai l’appuntamento della sera era una promessa. Dopo il Rosario, le mamme e le figlie si fermavano e Rosa ascoltava i loro discorsi, immedesimata e stupita.  Furono questi dialoghi che accesero finalmente la luce che cercava. La vita la chiamava a un grande amore: la donna, nella società del suo tempo, era prigioniera dell’ignoranza e del bisogno.  Svuotata dei valori morali, civili e religiosi, non aveva posto nella società; trascinava la propria vita a servizio di padroni distratti e prepotenti, rifugiandosi nel fatalismo e nella superstizione. Le figlie del popolo erano le più colpite.

Rosa, nell’entusiasmo dei suoi vent’anni, le guardò, le amò, ed ebbe la grande intuizione: “Educare per liberare dal male e dall’ignoranza e rendere visibile il progetto scritto da Dio in ogni creatura”.

DALLE PARTE DELLA DONNA

Rosa maturò il progetto nella preghiera e riuscì a coinvolgere nel suo disegno altre amiche: Porzia Bacci e Girolama Coluzzelli. Con la complicità di Padre Ignazio Martinelli, il 30 agosto del 1685, le tre ragazze della Viterbo “bene” sfidarono l’opinione pubblica e la diffidenza dei credenti della città, lasciando le proprie case e ritirandosi a vivere insieme per aprire una scuola destinata alle figlie del popolo.

Scrisse Rosa nel suo diario spirituale: “Non ci pareva vero quanto eravamo tutte e tre contente nel dare inizio all’opera del Signore”. In quel diario ha scritto la lista delle poche cose che si portò da casa come corredo: “Un inginocchiatoio d’albuccio e una credenzetta. Uno scaldaletto, due cassette coperte di corame rosso, due cassette piccole, un liretto piccolo da olio, una lucerna di ferro, una padelletta piccola di rame, una botte di sei barili cerchiata di ferro…”

La prima scuola fu povera, come le figlie del popolo che la frequentavano e Rosa, precorrendo la storia, la organizzò a tempo pieno: le ragazze arrivavano la mattina e la preghiera apriva la giornata; il catechismo faceva da supporto a tutte le altre attività che consistevano nel cucire, far merletti, lavorare ai ferri e, per le più capaci, imparare a leggere e a scrivere.

CON DISCREZIONE E FERMEZZA

Rosa voleva che le ragazze imparassero la “tenuta” della casa perché fossero più autonome e libere nell’organizzazione della famiglia: un grande evento per la società pre-illuminista. In pieno clima post-conciliare, nella capitale dell’Etruria, Rosa Venerini aveva dato principio alla promozione della donna attraverso un processo di evangelizzazione. Un progetto per la donna, promosso e gestito esclusivamente da donne. Non furono tutte rose e fiori, specie nei primi mesi. Rosa e le sue amiche dovettero passare al vaglio di tutte le male e le buone lingue della città; ci fu per tutti: per chi aveva dato il consenso, il Padre Martinelli, per la signora Artemisia che,  generosamente, pagava l’affitto della scuola, per l’avvocato Orazio che aveva lasciato andare libera la sorella. Capricci di donne per le cui stranezze ci sarebbe stato solo un rimedio: il bastone. Così diceva la gente. E i maldicenti avevano dalla parte loro la legge, perché una precisa disposizione di Pio V non permetteva a un gruppetto di donne di vivere come religiose senza grata e senza monastero. Ma Rosa non si lasciò condizionare. A chi era preoccupato di tutte quelle dicerie, rispondeva con una delle solite battute piene di arguzia: – Quello che dice la gente lo scrivo sotto le scarpe.

IL CARDINALE

L’eco dello straordinario “progetto donna” oltrepassò in breve i confini della città e arrivò alle orecchie del Cardinale Antonio Barbarigo,  uno di quegli uomini nuovi che Dio aveva suscitato dopo il grande Concilio di Trento.

A Montefiascone, per merito suo, si era aperta un’epoca di rinnovamento e ce n’era bisogno perché il dominio Farnese aveva lasciato in quella regione “…una selva piuttosto di brutti che di uomini ragionevoli”. Il Cardinale aveva aperto per i ragazzi il seminario del quale si occupava personalmente,  ma per le fanciulle non aveva idea, o meglio, non trovava la persona che aiutasse a concretizzare le sue idee. Seppe casualmente, da due gesuiti che passarono nella sua Diocesi, di Rosa e delle sue scuole e volle conoscerla. Chiese che gli mettesse per iscritto il suo metodo e la invitò a Montefiascone. Rosa presentò 16 paginette dove scrisse contenuti e metodi e, con l’aiuto e la compiacenza del Cardinale, in due anni aprì dieci scuole nei paesi che fanno corona al lago di Bolsena. Fu un grande miracolo di liberazione per la donna che lì, come altrove, viveva i pregiudizi e le contraddizioni di tutti i tempi.

LA TERZA VIA

La società maschilista vedeva la donna protagonista solo in funzione di numerose maternità, di braccia lavorative, di doveroso soddisfacimento sessuale dell’uomo e per questo non aveva bisogno né di studi né di cure personali, perché la natura l’aveva fornita del necessario. Nessuno aveva detto a quelle ragazze che la donna aveva diritto all’istruzione, all’amore, alla libertà, all’espressione del suo genio per entrare nella società come protagonista. Il Cardinale assistette grato al miracolo della liberazione della donna riconoscendo negli avvenimenti il grande evento rinnovatore che segue ogni Concilio. Con Rosa che aveva conosciuto le strettezze della prima scuola, il porporato era munifico: le metteva a disposizione la carrozza, pagava le spese di gestione delle scuole, seguiva personalmente la grande avventura e sperò che Rosa dimenticasse Viterbo per dedicarsi esclusivamente alla Diocesi di Montefiascone e Tarquinia. Ma Rosa viveva la nostalgia della prima scuola, come la gioia e il dolore di una primogenitura e disse di no al Cardinale.

SULLA VIA FRANCIGENA

Viterbo voleva dire Roma, l’Italia, il mondo; era troppo piccola una Diocesi per un progetto così grande. A Montefiascone aveva aperto la terza via per la donna, altre potevano continuarla e di questo si era già presa pensiero. Aveva preparato Lucia Filippini, una fanciulla dolce e intelligente, piena di amore di Dio e del prossimo, una vera Maestra Pia che avrebbe preso il posto di Rosa senza difficoltà e ne avrebbe sviluppato il carisma secondo un nuovo piano di Dio e in piena disponibilità ai progetti del Cardinal Barbarigo. E lei se ne tornò a Viterbo, dove la piccola, povera comunità aveva risentito della sua lunga assenza (1692-1694). Tuttavia sarebbe tornata spesso a Montefiascone, perché il Cardinale le aveva fatto sapere che: “Nessuno pianta le vigne per lasciarle poi in mano ai vignaioli, ma di tanto in tanto, se ne torna ad occuparsene”. Rosa responsabile di ciò che lo Spirito aveva suscitato per mezzo suo, continuò a curare le scuole dei piccoli paesi, sparsi intorno al lago, consigliando e sostenendo Lucia nell’opera che diveniva sempre più feconda. Le due Maestre furono sempre legate da affetto sincero e dall’unico ideale della salvezza delle fanciulle.

LA SORPRESA DEL RITORNO

Il ritorno a Viterbo rivelò a Rosa una sorpresa sgradita: troppo a lungo era durata la sua assenza. I conflitti avevano lacerato la piccola scuola e ci volle tutta la pazienza di Rosa, l’amore per l’ideale educativo e l’aiuto del Padre Martinelli, per ricomporre la prima comunità che non solo rifiorì, ma diede vita a una primavera. A Viterbo fu aperta una nuova scuola a San Carluccio, proprio nel quartiere medievale e subito dopo a San Francesco, in periferia. Nel giro di pochi anni, i paesi sparsi intorno ai monti Cimini, ebbero loro scuola: Bagnaia nel 1699 –  Oriolo nel 1699 –  Toscanella nel 1701- Bolsena nel 1702 –  Vetralla nel 1704 – Vitorchiano nel 1704 –  Soriano nel 1705-  Bieda nel 1705 –  Ronciglione nel 1706 –  Veiano nel 1707 –  Bomarzo nel 1707 – Capranica nel 1707- Carbognano nel 1710 – Civita Castellana e Caprarola nel 1711.  ll carisma di Rosa si rivelò contagioso: quando la passione di una donna si incontra con la passione di Cristo, ne possono nascere capolavori di grazia e ogni Comunità era un dono alla Chiesa e alla società. La Chiesa stette a guardare e non tardò ad esprimere la sua gratitudine e il pieno riconoscimento.

APRIPISTA DELLA COMUNITÀ APOSTOLICA

Rosa attuava il suo grande disegno con lo sguardo fisso su Cristo che muore.  Dal Crocifisso aveva imparato il valore di quel supremo dono che è la libertà e dalla croce traeva la forza per aprire nuove strade alla donna del suo tempo. Prima di aprire una scuola, Rosa creava una comunità, perché solo la comunità, vissuta come dono dello Spirito, può educare. Le Maestre non potevano emettere i voti perché la Chiesa esigeva che la donna consacrata fosse protetta dalle grate del convento. Le fanciulle potevano entrarvi in educazione, ma le monache non potevano uscire. Le Maestre di Rosa non erano né monache, né terziarie, ma laiche, in abiti civili e seguivano la spiritualità ignaziana con il solo obiettivo della gloria di Dio e la salvezza delle anime. “Le Maestre non fanno voti, ma li osservano, come li facessero” scriveva Rosa per le sue Maestre. Il popolo, che servivano con amore e dedizione, inizialmente le chiamò Maestre Pie, e quando le conobbe meglio, le chiamò Maestre Sante. Gesù Maestro era l’unica regola che conduceva la comunità di Rosa, l’unica grata del convento che difendeva le Maestre dai pericoli del mondo.

IL GRANDE SOGNO DI ROMA

Rosa sognava da tempo una scuola nel centro della cristianità. L’occasione sembrò presentarsi nel 1707, quando Lucia Filippini, costretta ad allontanarsi dalla scuola di Roma, aveva chiamato la sua “madre e maestra” a sostituirla. Rosa ne fu lusingata, ma la grande città le riservò un’accoglienza deludente. Rosa non riuscì ad adattarsi all’ambiente e le scolare non si adattarono a lei. Dopo solo tre mesi, addolorata e sconfitta da una serie di circostanze spiacevoli, dovette tornare a Viterbo. L’esperienza lasciò un solco negativo soprattutto nella mente delle Autorità e ci vollero anni per cancellare il ricordo di quella sconfitta. Rosa non rinunciò al disegno di aprire un luogo di educazione nella Città Eterna e continuò a coltivare il suo sogno nella preghiera, nella ricerca e nell’attesa paziente. Visse anni di rifiuti e di solitudine, ma, nello splendido autunno del 1713, insieme a Lucia, Margherita, Virginia e Chiara arrivò a Roma per aprire una nuova scuola ai piedi del colle Capitolino, nella parrocchia di San  Venanzio. Era l’8 dicembre. A Viterbo, in un lontano maggio fiorito, era nato il primo segno di salvezza; a Roma, nel mistero dell’Immacolata, l’opera di salvezza diveniva una realtà più splendente.

LO STUPORE DEL PAPA

L’istituzione fu messa sotto la protezione del Prefetto di Propaganda Fide, il cardinale Giuseppe Sacripanti che, da uomo intelligente qual era, capì subito che la scuola avrebbe fatto un gran bene. Roma è sempre grande, nelle sconfitte come nelle vittorie, nel bene come nel male e questa volta serbò a Rosa una sorpresa indescrivibile. La mattina del 24 ottobre 1716, dopo tre anni che la scuola faceva parlare di sé e che il popolo salutava le Maestre con l’appellativo di “sante”, una carrozza elegantissima si fermò in piazza San Marco, davanti alla scuola, e ne scese il Papa in persona, con un seguito di otto cardinali. Rosa, le Maestre e le ragazze rimasero senza fiato.

Erano ordinatamente schierate nell’ingresso della casa e il Santo Padre, Clemente XI, disse sorridendo: “Queste figliole sono schierate come tanti soldatini e la Signora Rosa ne è la generalessa!  Ho sentito cose belle di voi, fate come se noi non fossimo presenti, continuate la vostra scuola”. Tutto si normalizzò. Rosa e le sue Maestre fecero la lezione di religione, attiva e partecipata come sempre; due alunne svolsero con disinvoltura una disputa sul primo articolo del credo, altre due sul terzo comandamento. Il Santo Padre seguì interessato e compiaciuto; poi, quando ebbero terminato, si rivolse a Rosa e le disse qualcosa di grande: “Signora Rosa, lei ci aiuta a fare il nostro compito, e fa quello che non possiamo fare noi. Noi molto la ringraziamo, perché con queste scuole voi santificherete Roma!”

Era il vicario di Cristo che suggellava col suo grazie le fatiche, le gioie, le speranze di una piccola donna. Dopo il compiacimento del Santo Padre, fu un susseguirsi di appelli da parte dei Governatori delle città dello Stato Pontificio per l’apertura delle scuole pubbliche a vantaggio delle fanciulle. Rosa aveva appena il tempo di preparare le Maestre per rispondere alle tante domande d’istituzione. Nella sua saggezza di Madre e di Fondatrice, per aprire una scuola seguiva sempre criteri molto precisi: la chiamata doveva venire dalle Autorità, motivata sempre da finalità educative. Le stesse Autorità dovevano garantire l’impegno a fornire i locali per la scuola e un adeguato mantenimento delle Maestre. La scuola non doveva accogliere più di 40 alunne per non compromettere la qualità dell’insegnamento e non poteva essere aperta in centri troppo piccoli dove mancavano sostegni spirituali e contatti sufficientemente garantiti per la crescita della Comunità.

IL PROGETTO EDUCATIVO

La Scuola di Rosa Venerini precedette di secoli l’istituzione della scuola di stato; fu una scuola pubblica a tutti gli effetti, riconosciuta per la qualità dei contenuti e del metodo. Nel 1714 Rosa aveva presentato alla Curia Romana il primo progetto educativo con il titolo “Esercizi che si praticano in Viterbo nella scuola per istruire le fanciulle nella dottrina cristiana”. Rosa, per formare la donna del suo tempo, non ebbe altro strumento che il Catechismo. Nella sua saggezza educativa, questo testo divenne libro di preghiere, testo di teologia, di morale, di storia, e soprattutto di sapienza. Inizialmente si servì de Catechismo del Bellarmino, e quando si rese conto che era troppo complesso per le sue ragazze, ne scrisse uno di suo pugno con note particolari, adatte alla mente e al cuore della donna. Le sue ragazze imparavano a leggere e a scrivere, venivano addestrate ai lavori manuali e arrivavano ad acquistare anche un’autonomia economica. C’erano anche quelli che non erano affatto contenti delle scuole. Erano gli uomini dell’osteria, abituati a trattare con le donne come padroni senza scrupoli. Il problema nasceva dal fatto che, appena si apriva la scuola, non si trovava più una ragazza la sera, in giro, nemmeno a pagarla. Il risanamento morale era il primo frutto delle sue scuole.

LA SANTA

In tutta la sua vita, Rosa si è mossa solo dentro l’oceano della Volontà di Dio. Diceva: “Mi sento così inchiodata nella volontà di Dio che non mi importa né morte, né vita, voglio quanto Egli vuole, voglio sentirLo, quanto a Lui piace e niente più”. Dopo il voto, fatto da bambina, non si è mai allontanata dal Signore. Le crisi dell’adolescenza, le perplessità della giovinezza, la ricerca della nuova via, la vita delle scuole e delle comunità, i rapporti con la Chiesa e con il mondo, tutto era orientato al Divino Volere. La preghiera era il respiro della sua giornata. Rosa non imponeva a se stessa e alle sue Figlie lunghe orazioni, ma raccomandava che la vita delle Maestre, nell’esercizio del prezioso ministero educativo, fosse un continuo parlare con Dio, di Dio e per Dio. L’intima comunione con il Signore era coltivata dall’orazione mentale che la Santa considerava ”alimento essenziale dell’anima”. Nella meditazione, Rosa ascoltava il Maestro che insegna lungo le strade della Palestina, ma che è molto più eloquente dall’alto della Croce. E lo sguardo rivolto al Crocifisso, teneva accesa in Lei la passione per la salvezza delle anime. Per questo motivo viveva quotidianamente l’Eucaristia, ponendola al centro della sua vita spirituale.

IL SACRIFICIO ETERNO

Nella sua immaginazione, la Santa vedeva il mondo come un grande cerchio. Lei si poneva al centro e contemplava Gesù, vittima immacolata, che da ogni parte della terra offriva se stesso al Padre attraverso il Sacrificio Eucaristico. Chiamava questo modo di elevarsi a Dio Cerchio Massimo. Con preghiera incessante, partecipava spiritualmente a tutte le Messe che si celebravano in ogni parte della terra; univa con amore i dolori, le fatiche, le gioie della propria vita alle sofferenze di Gesù Cristo, preoccupandosi che il Suo Preziosissimo Sangue non fosse versato invano. Si rallegrava della gloria che il Padre riceveva attraverso quelle Messe e ringraziava Dio Padre Figlio e Spirito Santo.

Nonostante le fatiche e le difficoltà, incontrate nella missione educativa, completamente nuova per quel tempo, Rosa aveva sempre l’animo atteggiato alla lode e al ringraziamento: “…non vi stancate mai di ringraziare l’eterno nostro Padre…”. “Ad un Padre divino come il nostro che tutto ci ha dato e tutto con se stesso ci vuole ridare, …si devono tutti i sacrifici senza riserve” . La sua preghiera saliva verso le Tre Persone della Santissima Trinità come un inno di profonda gratitudine: “Eterno Padre siate sempre lodato e ringraziato per aver operato l’umana redenzione…”. “Voi ancora Amabilissimo Redentore nostro Gesù, umilmente ringraziamo per tante atroci pene sofferte per noi..”. ”Anche voi divinissimo Spirito Santo, umilmente ringraziamo che con le vostre sante ispirazioni ci avete favorito in questa santa orazione e in tutta la nostra vita…”

Il “Cerchio Massimo” era il luogo dell’offerta, del sacrificio e della lode, era lo spazio dove cielo e terra s’incontravano per la salvezza del mondo.

LA VISIONE BEATIFICA

Verso la fine della sua vita, Rosa ebbe da Dio una visione profetica del Cerchio Massimo.  Dice il suo biografo che si trasfigurò nel volto, chiamò una consorella ed esclamò: “Oh Cerchio Massimo! On Cerchio Massimo!”. Era la chiamata a godere in eterno la gloria dell’Altissimo, ma per le Maestre Pie era anche una profezia: in tutte le parti della terra, le sue Figlie avrebbero celebrato l’Eucaristia nelle diverse ore del giorno, affidando la salvezza delle anime al Prezioso Sangue di Gesù. Il Cerchio Massimo diventato il luogo dove ogni Maestra Pia ha l’appuntamento quotidiano per contemplare, pregare e operare. E’ il luogo d’incontro con la Madre che continua ad offrire, insieme con le sue figlie, il Sangue prezioso di Gesù al Padre per la salvezza dell’umanità. Il 17 maggio del 1728, tutta la città di Roma partecipò al dolore della scomparsa di Rosa Venerini. Le alunne, le Autorità, le famiglie la piansero come una madre e la sua salma rimase tre giorni esposta nella Chiesa del Gesù. Una moltitudine di gente venne a rendere omaggio e a chiederle grazie e favorì. Rosa come sempre, esaudì le preghiere del popolo e molti prodigi si verificarono in quei giorni. Il suo corpo ebbe l’onore di essere sepolto nella stessa Chiesa e divenne meta di pellegrinaggi.